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Hair
(id.), 1979 - Milos Forman
La mia passione per un certo tipo di musical è
nota. Hair non fa eccezione. Ma Hair è
un film estremamente ingannatore. Se da un lato ci si
esalta con le arcinote Aquarius e Let the
Sunshine In, e con il look straccione tipico dell'era
hippy, è impossibile non notare che il film è
un canto funebre per un mondo che non esisteva più
nemmeno al momento della prima uscita in sala. Tutto
nel film, a partire dalla fotografia del fedelissimo
(di Forman) Miroslav Ondricek alle impressionanti coreografie
raggelate di Twyla Tharp, mira a contraddire il libretto
inneggiante all'amore universale di Ragni, Rado e McDermott.
Le immagini fanno da contrappunto al sonoro. Questo
è il motivo della bellezza di Hair. La
satira di Forman quindi gioca su un doppio livello:
si sorride per la critica hippy al mondo square e subito
si ride (amaro) della cultura hippy stessa, ormai ridotta
ad un puro simulacro di capelli, treccine, perline,
droga e pacifismo. Ci sono alcuni testi che è
bello e opportuno rileggere di tanto in tanto. Hair
è uno di questi. La prima volta canti, la seconda
volta ti ribelli, la terza capisci che la ribellione
(quel tipo di ribellione) è solo un balletto.
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